Marzo 2012
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Milano non è una città che dà troppe soddisfazioni immediate ai sensi. Soddisfazioni visive? Forse questa è la qualità che è diventata il luogo comune per eccellenza di questa città: Milano è brutta a vedersi. Ma c’è altro. Passiamo alle soddisfazioni uditive. Ce ne sono? Milano è incasinata e rumorosa e, forse eccettuati i teatri (ma anche qui avrei i miei dubbi, visti gli squilli di cellulare, i colpi di tosse tra un movimento e l’altro, scarti di caramelle e commenti ad alta voce), non ha rispetto per l’udito dei propri abitanti. Fatevi un giro in metropolitana per rendervene conto e mettete a confronto il rumore impressionante col silenzio di qualsiasi città europea. E in quanto ad olfatto? Anche qui: Milano puzza terribilmente. Probabilmente neanche i milanesi se ne rendono più conto, abituati come sono del loro odore. Tattili? Questo è più difficile, ma quasi. Lo percepisci quando cammini per corso Venezia o lungo il tombon de san Marc o al Verziere, quando le disarmonie visive delle case sembrano produrre un formicolio alle mani che vorrebbero accarezzano i tetti. Veniamo finalmente alle soddisfazioni di gusto? Anche qui poche…già, perché la cucina milanese è una cucina che ha pochi piatti veramente prelibati: il risotto, la cotoletta, gli os büs…e tuttavia Milano ha affascinato e continua ad affascinare; soprattutto è amata senza ritegno da chi viene adottato, forse perché più in grado di chi ci vive di apprezzare i silenzi delle sue vie notturne, l’algido splendore del duomo, l’indaffarata indifferenza, l’inutile operosità, l’apparente efficienza, la ricchezza esibita, la fretta quasi fine a se stessa, l’impressione di essere al centro di qualcosa d’importante: Milano, capitale economica, ma ancora provincia d’Europa…

buio e chiarore
fiore e libro” —Rainer Maria Rilke
Bel nome Wolfgang, il percorso del lupo. Nome che lui non amava, ma che a me evoca un po’ la parte finale della sua vita, così triste e solitaria. Con Wolfgang ho avuto sempre un rapporto strano. Ho diffidato per diverso tempo della sua musica, della sua popolarità, scioccamente convinto che la sua fama fosse immeritata. Il miracolo musicale vero è quello dei suoi ultimi lavori. Autentica malinconia quella degli ultimi suoi lavori (ascoltate lo splendido quintetto con clarinetto). Tristezza perché questi pezzi emanano la sensazione di trovarsi di fronte ad un uomo che era insieme conscio delle proprie immense capacità e che al tempo stesso non riuscisse più a comporre per un pubblico che non lo apprezzava più come un tempo. E anche ora, temo, è conosciuto ai più per le opere meno intime e sentite, che per quelle sublimi e solo apparentemente allegre.
Ogni volta che penso che potrei fare a meno di Bach, subito dopo mi dico che non è possibile. Pietà, dolcezza, sicurezza, gioia…questi i sentimenti che in primo acchito suscita (non mi piace in genere citare sentimenti quando parlo di musica: lo trovo spesso patetico). Ma penso anche al rigore e alla disciplina e al fascino delle sue bellissime geometrie (non mi piace neppure fare della musica un mero aspetto tecnico: il rischio è liquidare la musica ad un discorso sterile e alla fine poco comunicativo): la bellezza non si può ridurre né ad un aspetto solamente emotivo, né ad un fatto tecnico. Alla fine chi fa musica sa che quello che ci si porta dietro è un qualcosa nel quale confluiscono la propria esperienza e la lucida analisi e che inevitabilmente sublima nell’irrazionale dell’inconscio. E chi conosce e ama Bach sa che tutto questo è vero, anche in quello che è ritenuto forse il più razionale dei compositori.